Oro a 4.110 dollari: la Fed affonda i prezzi, argento giù del 2,55%

L'oro mondiale viaggia a 4.110 dollari l'oncia alle 7:00 dell'8 ottobre, in calo dell'1,22% sulle 24 ore precedenti, dopo che lo spot americano aveva chiuso la seduta del 7 ottobre a 4.109,90 dollari con un rosso dell'1,28%. Il detonatore è il segnale della Fed su un possibile rialzo dei tassi entro fine anno: dollaro e rendimenti dei Treasury salgono, e i metalli preziosi pagano il conto. L'argento arretra del 2,55%, più dell'oro.

La seduta del 7 ottobre: oltre 50 dollari bruciati

Il prezzo globale dell'oro ha perso più di 50 dollari l'oncia prima di assestarsi sui 4.110 dollari rilevati alle 7:00 dell'8 ottobre. Nel corso della giornata il metallo è scivolato fino a 4.066 dollari, il minimo toccato sul mercato mondiale, per poi recuperare parte del ribasso: dalla chiusura di 4.109,90 dollari, il rimbalzo dal punto più basso vale circa 44 dollari, poco più dell'1% del livello di chiusura.

Dollaro e Treasury: la doppia spinta ribassista

L'indice del dollaro DXY ha chiuso il 7 ottobre a 102,23 punti, in rialzo dello 0,39%. Il rendimento del Treasury decennale è salito brevemente al 5,36% prima di ridiscendere intorno al 5,28%. Un dollaro più forte rende l'oro più caro per chi acquista in altre valute, mentre rendimenti obbligazionari più alti alzano il costo-opportunità di un asset che non genera cedole: le due molle hanno compresso la quotazione nella stessa direzione.

Oro in calo: Fed alza i tassi, prezzo scende verso 4.100 dollari
Barre d'argento e monete: investimento in metalli preziosi. Foto di merwak. raw su Pexels

Argento, petrolio e Bitcoin: il resto del listino

L'argento spot ha chiuso il 7 ottobre a 59,67 dollari l'oncia, in ribasso del 2,55%: una contrazione più profonda di quella dell'oro. Il petrolio ha preso la direzione opposta, con il Brent in rialzo dell'1,02% a 101,2 dollari al barile e il WTI dello 0,88% a 89,06 dollari, sostenuti dalle tensioni in Medio Oriente e dai timori sull'approvvigionamento attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Bitcoin ha perso il 2,68%, scendendo a 83.206 dollari.

Il rialzo di dicembre resta il vero ago della bilancia

I verbali della riunione Fed del 15-16 settembre indicano che la maggior parte dei funzionari considera ancora necessario un ulteriore aumento dei tassi entro l'anno, mentre una minoranza preferisce attendere nuovi dati. Il mercato non prezza quasi nulla per ottobre, ma assegna una probabilità dell'86% a un rialzo a dicembre secondo lo strumento FedWatch del CME. Il contrappeso arriva dalle banche centrali: la Banca Popolare Cinese ha aumentato gli acquisti di oro a settembre, estendendo la serie a 23 mesi.

Il calo internazionale vale il 10% in meno sugli scaffali vietnamiti

Sul mercato interno, i lingotti SJC erano quotati 140 milioni di VND in acquisto e 143 milioni in vendita, entrambi in calo di 500.000 VND rispetto alla mattina del 7 ottobre. Convertito, il prezzo mondiale equivale a circa 129,68 milioni di VND per tael: il divario rispetto al prezzo di vendita SJC è di 13,32 milioni, cioè circa il 10,3% del valore internazionale di riferimento. È la misura concreta di quanto poco il ribasso globale arrivi a chi compra oro fisico, perché il premio locale assorbe la maggior parte della differenza. Lo spread acquisto-vendita resta fermo a 3 milioni di VND.

Per chi segue il mercato dei metalli, la seduta dell'8 ottobre racconta una cosa semplice: finché il mercato prezza un rialzo dei tassi a dicembre e il decennale americano resta sopra il 5,2%, ogni rimbalzo dell'oro parte da una posizione di svantaggio competitivo rispetto ai titoli di Stato.

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