Il conto delle materie prime critiche si misura su tre cifre. La candidatura di Porto Marghera a sito europeo di stoccaggio strategico arriva con una dotazione iniziale di 14 milioni di euro, la cifra che il bando europeo mette a disposizione.
Sono i numeri che misurano la distanza tra l'annuncio e il piano.
L'annuncio è arrivato il 14 ottobre 2026 dalle comunicazioni al Senato di Giorgia Meloni. «L'Italia si è candidata a ospitare a Porto Marghera uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo», ha detto la presidente del Consiglio.
Il conto: 14 milioni su un fabbisogno da 21,1 miliardi
Il confronto va letto per quello che è: le due procedure sono diverse, perché il bando riguarda un sito di stoccaggio e il fabbisogno riguarda l'insieme dei progetti strategici. Una cifra che VeneziaToday definisce, non a caso, contenuta.
Stoccaggio non è raffinazione: il 40% che resta fuori dai 14 milioni
La candidatura di Porto Marghera copre, per ora, il segmento a monte della catena — lo stoccaggio — mentre la voce più pesante in termini di valore industriale resta la trasformazione, il 40% che l'Europa vuole riportare dentro i propri confini.
Sul punto la politica si divide. Il senatore veneziano di Fratelli d'Italia Raffaele Speranzon sostiene che «la nostra ambizione deve andare oltre lo stoccaggio». La consigliera regionale del Partito Democratico Monica Sambo rovescia il ragionamento: «se si parla solo di "stoccaggio strategico", Porto Marghera rischia di diventare l'ennesimo deposito di transito e non il cuore di un vero piano industriale», chiedendo lavorazione delle materie prime, filiere tecnologiche complete, ricerca e occupazione stabile e qualificata.
Sul fronte sindacale, la Cgil Venezia si dice «favorevole agli investimenti» ma segnala «la scarsa trasparenza sul progetto presentato e l'assenza di un piano industriale»; la Cisl si dichiara pronta a dare il proprio contributo e la Uil auspica collaborazione tra università, enti di ricerca, imprese e reti regionali. La deputata veneziana di Noi Moderati Martina Semenzato sposta l'attenzione sulla domanda finale: le terre rare, dice, «sono la partita economica e geopolitica di questo decennio».
Porto Marghera, il porto e la rete: chi entra nella filiera
Il perimetro del progetto è più ampio del solo scalo veneziano. L'iniziativa abbraccia le infrastrutture portuali e logistiche del Nord Est, collegando Venezia, Trieste e Ravenna attraverso nodi come Verona, con Porto Marghera come polo centrale. Il quadro è emerso alla Camera durante il Question Time con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, dove il deputato di Fratelli d'Italia Umberto Maerna ha legato la candidatura alla necessità di ridurre la dipendenza da pochi mercati esterni per le forniture.
Per il presidente dell'Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale, Matteo Gasparato, la mossa «riporta il nostro porto e il nostro territorio nell'agenda nazionale e europea» ed è «un risultato eccezionale». La visita di giugno del ministro Urso e del vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Séjourné a Porto Marghera, ricorda, è stata «un primo passo tangibile».
Il presidente della Regione del Veneto Alberto Stefani rivendica «la rilevanza di un progetto sul quale il Veneto intende investire con determinazione» e mette in guardia: «Non possiamo permettere che la competitività delle nostre imprese e la sicurezza delle nostre filiere dipendano quasi interamente dalle importazioni». La presidente di Confindustria Veneto est, Paola Carron, indica tra i punti di forza del territorio «una solida tradizione manifatturiera, le opportunità offerte dalla Zls e un sistema infrastrutturale e logistico» ben connesso.
La dipendenza da un solo fornitore e il nodo del riciclo
Meloni ha inquadrato la candidatura dentro un problema di approvvigionamento: «Litio, cobalto, grafite, terre rare servono alla transizione energetica, a quella digitale, alla difesa e oggi l'Europa importa quasi interamente queste materie, spesso da una sola nazione». Da qui la conclusione: «Se non affrontiamo questo nodo, rischiamo di uscire da una dipendenza solo per entrare in un'altra».
Maerna ha indicato con più nettezza il fornitore da cui ridurre la dipendenza, nominando esplicitamente la Cina. Nel suo intervento il ragionamento passa anche dal riciclo: recuperare materie prime dai prodotti giunti a fine vita riduce gli sprechi, valorizza le risorse disponibili e diminuisce la dipendenza dall'estero.
Cosa cambia per chi sta nella filiera
Messi in fila, i numeri dicono una cosa semplice: la parte finanziata oggi riguarda il magazzino, non la fabbrica. Con 14 milioni si sostiene un'infrastruttura di stoccaggio dentro una rete portuale e logistica che esiste già tra Venezia, Trieste, Ravenna e Verona. È proprio questo il punto che rende sostenibile un ticket iniziale tanto contenuto: Semenzato ricorda che nessuna città italiana dispone di un'area come Porto Marghera, «dove spazi produttivi, banchine e collegamenti sono già lì, uno accanto all'altro».
Per le imprese della filiera veneta e per gli operatori della Zls, l'effetto immediato riguarda i flussi di merci e la logistica, non la produzione. Se il progetto si ferma al deposito, l'incrocio tra i 14 milioni del bando e i 459 milioni di investimento medio per progetto strategico resta un incrocio mancato.
Il vero indicatore da seguire nei prossimi mesi non è la cifra stanziata, ma la composizione del progetto: quante delle attività previste riguardano la lavorazione e quante il semplice transito.
Fonti
- Agenzia giornalistica Opinione
- il Nord Est
- Agenzia giornalistica Opinione
- VeneziaToday
- La Piazza Web
- Telenuovo

