Oro sopra i 4.200 dollari: +1,5% tra dollaro debole e Treasury in calo

Il 9 ottobre l'oro spot ha guadagnato l'1,5% a 4.218,15 dollari l'oncia, riportando il metallo sopra la soglia dei 4.200 dopo un minimo di due mesi toccato mercoledì 7 ottobre. Il rimbalzo non è spinto dalla domanda di bene rifugio — anzi, le tensioni con l'Iran si sono allentate — ma dal combinato di dollaro debole e rendimenti Treasury in calo. Il quadro resta fragile: il mercato scommette ancora su un rialzo dei tassi Fed a dicembre con probabilità dell'82%.

I numeri della seduta: oro, argento, platino e palladio

Il rialzo ha riguardato tutta la galassia dei metalli preziosi. Nella sessione asiatica di venerdì i guadagni si sono distribuiti così:

  • Oro spot: +1,5% a 4.218,15 dollari l'oncia
  • Oro futures USA: +1,5% a 4.219,40 dollari l'oncia
  • Argento: +2% a 60,63 dollari l'oncia
  • Platino: +2,5% a 1.686,15 dollari l'oncia
  • Palladio: +3,3% a 1.159,70 dollari l'oncia

Il metallo si avviava verso una performance settimanale di circa +1,3%, includendo i guadagni di venerdì, dopo giorni di volatilità.

Anche i metalli industriali hanno partecipato. I futures di riferimento sul rame al London Metal Exchange sono saliti dell'1,2% a 14.512,33 dollari per tonnellata, mentre i futures statunitensi hanno guadagnato l'1,5% a 6,67 dollari per libbra. I prezzi del rame sono influenzati anche da domanda industriale, attività manifatturiera e offerta, e salgono in parallelo ai metalli preziosi.

Dollaro e Treasury: la doppia spinta tecnica

Il meccanismo del rimbalzo oggi passa per due mercati. Primo: l'indebolimento del dollaro statunitense. L'indice del dollaro è sceso verso 102 e il Bloomberg Dollar Spot Index registra una flessione dello 0,2%, rendendo l'oro denominato in valuta americana meno costoso per chi detiene altre divise. Secondo: i rendimenti dei Treasury, in calo per la seconda seduta consecutiva.

Il segnale decisivo è arrivato giovedì dal Tesoro americano. L'asta dei titoli a 30 anni ha registrato una domanda robusta: collocamento a un rendimento del 5,618%, rapporto domanda-offerta di 2,54 volte e 72,3% dell'emissione assorbito da investitori indiretti, categoria che comprende anche gli acquirenti esteri. Il Treasury decennale è così sceso al 5,227%, allontanandosi dai massimi pluridecennali.

Il ragionamento è meccanico: l'oro non genera interessi né dividendi, quindi quando i rendimenti di Stato scendono, il costo opportunità di detenerlo si riduce. Christopher Wong, strategist di Oversea-Chinese Banking Corp, osserva che il rimbalzo sembra essere alimentato principalmente da un certo sollievo sul mercato dei Treasury americani.

Lingotti d'oro lucidi su una superficie di marmo chiara, simbolo del prezzo dell'oro sopra i 4.200 dollari
Il prezzo dell'oro torna sopra i 4.200 dollari l'oncia, spinto dal dollaro debole e dal calo dei rendimenti Treasury.

L'energia divide le fonti

Il quadro non è univoco, e le cronache della seduta divergono proprio sul petrolio. Yahoo Finance scrive che il Brent ha superato i 104 dollari al barile per le preoccupazioni sulle interruzioni di fornitura legate al conflitto in Medio Oriente. Orafinanza (07:15 CEST) e VietnamPlus (13:30 ora del Vietnam) riportano invece un calo del greggio, dopo che il presidente Donald Trump ha escluso un attacco all'Iran prima delle elezioni di medio termine di novembre 2026, definendo produttivi i colloqui con Teheran.

La divergenza pesa sull'oro più di quanto sembri, perché il metallo si muove su entrambi i lati dell'energia. Un petrolio più caro alimenta l'inflazione e rafforza l'ipotesi di tassi più alti — che penalizza l'oro. Un petrolio in calo riduce le pressioni sui prezzi e allontana il rischio di un rialzo — che lo favorisce. E sul fronte monetario la Fed non ha chiarito la rotta: il presidente della Fed di St. Louis, Alberto Musalem, ha indicato che potrebbero servire ulteriori rialzi nei prossimi sei-nove mesi per riportare l'inflazione al 2%, senza pronunciarsi sulla riunione del 27-28 ottobre. Il CME FedWatch assegna il 18% di probabilità a un rialzo in ottobre e l'82% a un aumento in dicembre.

I livelli tecnici: il muro dei 4.330 dollari

Il grafico daily dell'oro spot disegna un triangolo nel 2026. Il metallo ha toccato un minimo a 4.066 dollari il 7 ottobre 2026 e da lì ha avviato il rimbalzo verso i livelli attuali. La soglia che conta è 4.330 dollari: sopra quel livello si aprirebbe la strada verso 4.530 dollari e, in caso di conferma della rottura, verso i 5.000 dollari. Tra 4.000 e 4.500, secondo l'analisi tecnica di FXEmpire, le probabilità di consolidamento restano elevate.

L'argento si muove su una struttura analoga: supporto del triangolo tra 55 e 56 dollari, resistenza a 65 dollari. Oltre i 65 si aprirebbe la strada verso la media mobile a 200 giorni a 72 dollari; una rottura sotto i 55 dollari porterebbe invece a un calo verso i 50 dollari.

Cosa guarda chi segue il mercato

Due calcoli rapidi aiutano a leggere il momento. Primo: dal minimo di 4.066 dollari del 7 ottobre ai 4.218,15 dollari di oggi, l'oro ha recuperato 152,15 dollari l'oncia, pari a un rimbalzo del 3,74% in due sedute. Secondo: il margine tra futures statunitensi e oro spot è di circa 1,25 dollari (4.219,40 contro 4.218,15).

Il quadro che emerge è un rally tecnico guidato dai tassi e dal dollaro, non dalla paura geopolitica. Tony Sage, amministratore delegato di Critical Metals, avverte però che "un possibile inasprimento della politica monetaria in seguito potrebbe mantenere l'oro sotto pressione, soprattutto perché i timori per l'inflazione restano elevati", pur riconoscendo che "la domanda tuttora sostenuta da parte delle banche centrali potrebbe limitare le perdite".

Per chi segue il comparto, lo spartiacque non è la seduta odierna ma la tenuta dei rendimenti reali americani: se il calo dei Treasury si consolidasse senza un parallelo peggioramento delle aspettative inflazionistiche, l'oro avrebbe spazio per puntare ai livelli tecnici superiori; in caso contrario, la soglia dei 4.000 dollari tornerebbe in gioco.

Fonti

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