Ftse Mib +1,06%, spread a 107,79 punti base: il mercato non prezza lo shock delle materie prime

Lo spread Btp-Bund si ferma a 107,79 punti base e il Ftse Mib guadagna l'1,06%: i listini italiani non prezzano uno shock. Sotto la superficie, però, le imprese danno per acquisita una nuova ondata di rincari. L'indagine di Banca d'Italia sulle aspettative di inflazione e crescita del terzo trimestre 2026 rileva che le aziende si attendono ulteriori aumenti dei prezzi di vendita nei prossimi dodici mesi, legati soprattutto ai prezzi delle materie prime, e che la maggior parte di quelle colpite dai rincari ascrivibili al conflitto li ha già trasferiti in parte o del tutto sui propri listini. Il nodo per il mercato non è se i costi saliranno, ma quanta parte di quel rialzo arriverà ai prezzi finali, e quindi all'inflazione.

Prezzi di vendita in crescita in tutti i comparti

I prezzi di vendita "hanno continuato a crescere in tutti i comparti" nel terzo trimestre 2026. Rispetto alla rilevazione precedente la dinamica resta sostanzialmente stabile nell'industria in senso stretto e nei servizi, mentre è più contenuta nelle costruzioni.

Gli aumenti dei costi non si concentrano quindi in un solo segmento dell'economia: attraversano comparti diversi, con velocità diverse. Il canale indicato dalle imprese è esplicito: le materie prime, cioè gli input energetici e i materiali usati nella produzione, la cui corsa si trasferisce sui listini. Nelle fonti disponibili non compare una misura del ritardo di questo passaggio, ma le aziende dichiarano che è già in corso.

La trasmissione ai prezzi finali è già iniziata

"La maggior parte delle aziende interessate dai rincari ascrivibili al conflitto dichiara di averli trasmessi in parte o del tutto ai propri prezzi". La formula usata da Banca d'Italia sposta il tema dal costo al margine: la maggior parte delle imprese colpite dai rincari ascrivibili al conflitto dichiara di averli trasmessi in parte o del tutto ai prezzi. Il "in parte o del tutto" dice anche altro, e cioè che una quota del rincaro resta nei conti di almeno una parte delle aziende.

Materie prime accatastate in un magazzino luminoso, simbolo dei rincari che pesano sull'inflazione
Le imprese prevedono nuovi rincari delle materie prime, destinati a pesare sui prezzi finali.

L'orizzonte dei rialzi non finisce nel 2026

Il Sole 24 Ore titola che le imprese prevedono un aumento dei prezzi "nel 2026", mentre MilanoFinanza e SoldiOnline parlano di "prossimi dodici mesi". La differenza non è formale. L'indagine è stata condotta nel terzo trimestre 2026: sommando a quel trimestre l'orizzonte di dodici mesi indicato dalle aziende, la finestra delle aspettative copre anche buona parte del 2027, non la sola fine dell'anno in corso.

Mercati: Ftse Mib +1,06%, spread a 107,79 punti base e Bot a 3,175%

Nell'intestazione di MilanoFinanza il Ftse Mib segna +1,06%, lo spread tra Btp e Bund si attesta a 107,79 punti base, il Dow Jones guadagna lo 0,10% e il Dax l'1,13%. L'indice Klci di Kuala Lumpur chiude a +0,46% a 1.608,45 punti.

Sul fronte del debito, il Tesoro ha collocato 8 miliardi di Bot a 12 mesi al 3,175%, con un rapporto di copertura di 1,44. Il dato sulla copertura si legge meglio con un calcolo esplicito: 8 miliardi moltiplicati per 1,44 danno richieste per circa 11,5 miliardi di euro a fronte dell'offerta, oltre 3,5 miliardi in più.

Cosa cambia per chi guarda le quotazioni delle commodity

Con la maggior parte delle imprese colpite dai rincari ascrivibili al conflitto che dichiara di averli trasmessi in parte o del tutto ai prezzi, la sensibilità dei prezzi finali italiani alle oscillazioni delle commodity resta alta: un movimento dei metalli o dell'energia può tradursi in listini più alti. Il "in parte" lascia però intendere che una parte del rincaro può restare a carico delle imprese.

Per chi segue le quotazioni, il punto di osservazione si sposta dal prezzo spot della materia prima alla quota di rincaro che le aziende riescono ancora a scaricare sui listini. Finché quella quota resta alta, le commodity continuano a funzionare da indicatore anticipatore dei prezzi al consumo italiani.

Fonti

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