Oro giù oltre l’1%: Treasury al 4,94% e PPI USA affondano i metalli

Il prezzo spot dell'oro è scivolato a 4.337 dollari l'oncia il 12 settembre 2026, in calo dello 0,67% rispetto alla sessione precedente. A pesare è un doppio shock arrivato dai dati macro statunitensi: l'indice PPI di agosto sopra le attese e un rendimento del Treasury a 10 anni balzato al 4,943%, il massimo di chiusura da ottobre 2023. Il movimento ha colpito tutti i metalli preziosi, ma con intensità molto diversa — e proprio il divario di performance tra oro, argento e platinoidi racconta cosa sta guidando il mercato in questa fase.

Dalla discesa del 10 settembre al test di 4.315 dollari

Il metallo giallo è sceso dell'1% a 4.355,85 dollari l'oncia il 10 settembre, con un minimo intraday a 4.323,78 e un calo massimo dell'1,7% in sessione. I futures statunitensi hanno chiuso a 4.407,30 dollari, in flessione dell'1,2%. Il giorno seguente la discesa è proseguita: alle 7:05 ora del Vietnam, il prezzo spot su Kitco era di 4.320,7 dollari, dopo essere scivolato brevemente sotto quota 4.316. La mattinata dell'11 settembre segnava un calo del 2,1% e quasi 100 dollari in meno rispetto alla stessa ora del giorno prima. Il 12 settembre la quotazione si è stabilizzata a 4.337 dollari, con il calo contenuto allo 0,67%.

Sul piano tecnico, l'oro ha rotto al ribasso la media mobile esponenziale a 200 giorni fissata a 4.341,10 dollari e sta testando il supporto immediato a 4.315,78. Da qui passa la tenuta del movimento: una rottura netta allargherebbe la pressione di vendita, mentre un rimbalzo riporterebbe il prezzo sopra la media.

Il doppio shock: PPI a +5,4% e rendimenti al 4,943%

L'indice dei prezzi alla produzione statunitense è aumentato dello 0,4% ad agosto rispetto a luglio e del 5,4% su base annua, sopra il 5,3% atteso dal mercato. Il PPI "core", esclusi alimentari ed energia, ha segnato +0,2% mensile e +4,6% annuo. Il dato ha spinto al rialzo le scommesse su una stretta monetaria: secondo lo strumento FedWatch del CME la probabilità di un aumento dei tassi alla riunione Fed del 15-16 settembre è salita al 70%, dal 62% precedente; i mercati futures parlano del 71%.

Il rendimento del Treasury a 10 anni è balzato al 4,943%, il livello di chiusura più alto da ottobre 2023. È questo il canale che trasmette la pressione all'oro: tassi più alti accrescono il costo opportunità di detenere un bene che non genera interessi. A completare il quadro, i prezzi del petrolio hanno superato la soglia dei 100 dollari al barile — WTI a 102,48 dollari (+6,7%), Brent a 107,63 dollari (+6,3%) — alimentando le aspettative di un'inflazione più persistente.

Oro e lingotti preziosi con grafici finanziari in calo, illustrazione della flessione del mercato dei metalli
Il prezzo dell'oro crolla sotto il peso dell'inflazione americana e dei rendimenti obbligazionari in rialza.

Argento, platino e palladio: l'oro perde meno dei "cugini"

Il confronto tra i quattro metalli preziosi nella seduta del 10 settembre mostra una gerarchia netta. L'oro ha perso l'1%, l'argento il 4,6% a 64,19 dollari l'oncia, il platino il 5,5% a 1.791,13 dollari e il palladio il 5,1% a 1.283,52 dollari. All'argento si aggiunge la flessione del 6,5% in 24 ore registrata fino alla mattinata dell'11 settembre, il calo più violento del comparto.

MetalloPrezzo (10 settembre)Variazione
Oro spot4.355,85 $/oz-1%
Argento spot64,19 $/oz-4,6%
Platino1.791,13 $/oz-5,5%
Palladio1.283,52 $/oz-5,1%

Il calcolo è immediato: il calo dell'oro è stato 4,6 volte inferiore a quello dell'argento e 5,5 volte meno ampio di quello del platino nella stessa sessione. Non sorprende, quindi, che TD Securities definisca la performance del metallo giallo "relativamente positiva" rispetto agli altri preziosi, in un contesto segnato dalla ripresa dei prezzi energetici e da una maggiore probabilità di un rialzo dei tassi Fed.

Fed, BCE e il supporto dei 4.000 dollari

Sul fronte delle banche centrali, la BCE ha alzato i tassi di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,50%, quello di rifinanziamento al 2,65% e il marginale sui prestiti al 2,90%. La decisione è arrivata con l'inflazione ancora sopra l'obiettivo del 2%. L'attenzione resta però puntata sulla Fed: la riunione del 15-16 settembre e il dato CPI di venerdì sono i due appuntamenti che pesano di più sui prezzi dell'oro.

Non tutto spinge verso il basso. Le banche centrali hanno aggiunto 23 tonnellate nette di oro alle riserve a luglio, trainate da Cina e Polonia, mentre la domanda del settore ufficiale nel secondo trimestre ha raggiunto 289 tonnellate, in aumento del 62% su base annua. Anthony Kim, responsabile del trading globale di metalli di Goldman Sachs, ha dichiarato: "Nonostante le attuali difficoltà che il metallo prezioso sta affrontando, restiamo ottimisti sull'oro. Credo che il livello di 4.000 dollari rappresenti una zona di supporto estremamente forte. A questo prezzo, osserviamo una pressione d'acquisto da parte degli investitori istituzionali". Per Kim, la debolezza attuale è una pausa temporanea, non la fine del ciclo rialzista.

I livelli da monitorare

Per chi segue le quotazioni dei metalli, i riferimenti sono chiari: 4.315 dollari come supporto tecnico immediato sotto i 4.341 dell'EMA a 200 giorni, e 4.000 dollari come zona di domanda istituzionale indicata da Goldman Sachs. Il grilletto resta macro. Con le probabilità di un rialzo Fed tra il 70% e il 71%, un CPI di venerdì ancora caldo rafforzerebbe i rendimenti Treasury e il dollaro, penalizzando l'oro; un raffreddamento dell'inflazione restituirebbe spazio al rimbalzo che il 12 settembre ha già contenuto il calo allo 0,67%.

Considerando la differenza tra il fixing del 10 settembre (4.355,85 dollari) e la quotazione del 12 settembre (4.337 dollari), l'oro ha recuperato solo parzialmente: parliamo di 18,85 dollari di discesa netta in due giorni, contro i quasi 100 dollari persi nella sola mattinata dell'11 settembre. È la fotografia di un mercato che non ha ancora scelto la direzione, ma che continua a difendere la soglia psicologica dei 4.000 dollari.

Fonti

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